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le parole:

Bl’isteria

I.

A perdere dalla pelle viva carne al vento
sul marciapiede cammino

in brandelli
-incostanza
-(in)compensazione

A mani e braccia che si abbandonano
in pelle malata che è
e che senza ossigeno tuttavia brucia

ossigeno. Né rimedi né fiori
,limoni che soffrono l’aria
-il clima continentale- dell’abbandono,
si sfoglia svogliata a quaderni
più intere piantagioni di tabacco.

II.

Nelle stanze lunghe e strette fumose
degli alberghi, angoli ingialliti
–negli ultimi vent’anni- decaduti
blister vuoti accartocciati urlano
gl’incubi di non più centrate abitudini
all’esperienza corporea dell’abbandono

I muscoli, anch’essi dedicati al più semplice
sbilanciamento della rigidezza
o forme, trapezi oscillanti
i minuti d’avanzo: affatto portatori
di mobilità, di scelta. E la precisione della
professionalità, della

correttezza: non ancora appiana
divergenze d’amore sensibili al tatto.

III.

Si parla la lingua delle scienze. Si parla di cose concetti oramai noti ai più seppure non ben definiti nello spazio, che ci contiene proprio adesso.
E diverse patologie, tipologie, trattamenti e clienti e io che sono, io che sento.

Seduti, siamo in trasferta, siamo qui con un’anima indolenzita.
Le fasi sono fasi lunari.

Aggrappati alle inferriate come un ragno che non conosce amore, né abbandono. La mia soffice rete. La tua notte lunga, qui fuori, qui fuori appena appena. Appena. Strisciamo zampette nere pelose sul calcestruzzo: raccolgo denti, caduti come briciole dal secondo piano. Briciole come pietre.
Il mio pezzo di dente. Il tuo calcedonio nastrato.

Depositi di neve. A elencare caratteristiche. Depositi di neve: bianca. Bianca. La bianca soffice che respira. Tu che sei, tu che senti.
Nel più feroce e doloroso silenzio. Aprite! Aprite? Qualcuno

– – – – –

e un video:

 
voce: Martina Campi
organo: Mario Sboarina

arrangiamenti: Mario Sboarina

parole accordate di Tu che sei
(una poesia di Martina Campi, una musica di Mario Sboarina)

(video di Martina)

Licenza Creative Commons

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